Giovani e movida: non è solo questione di ordine pubblico

Politica locale

I recenti fatti di cronaca hanno portato alla luce ciò che si verifica durante le notti monselicensi, soprattutto nel week end.

Orde barbariche di giovani e giovanissimi hanno ormai da mesi invaso le vie cittadine, attirati da quella che volgarmente si chiama “movida” ma che di movida ha ben poco, sfogando sulla città i propri istinti più primitivi, senza regole.

Basta fare una banale passeggiata al sabato sera per essere travolti dalla caotica vita notturna che si è impossessata di Monselice, che nelle ore più tarde, però, sfocia sempre più di frequente in situazione di degrado e pericolo.

Un fenomeno che ha generato un grosso problema di ordine pubblico e sul quale il sindaco è dovuto intervenire con il pugno duro, seppur con gli strumenti amministrativi di cui dispone.

Il tema della “movida monselicense”, però, andrebbe analizzato sotto diversi aspetti e sviscerato nelle sue molteplici forme.

Voler ridurre tutto ad una questione di sicurezza pubblica va bene per riempire i giornali e per strappare qualche like sui social network, ma la realtà è ben più complessa. Ed inquietante.

In primo luogo non tutte le fasce di età dei “giovani” movimentano la città nella stessa maniera. Ci sono diversi locali in centro storico che si rivolgono ad una fascia che potremmo individuare tra i 20 ed i 30 anni che gravi problemi di ordine pubblico non ne portano.

Ciò non significa che non esistano degli “effetti collaterali” sulla quiete cittadine perché è indubbio che musica alta, schiamazzi e parcheggio selvaggio non sono situazioni in linea con una città ordinata.

Ma questo tipo di divertimento, seppur caciarone, rimane comunque un divertimento “buono”, che ravviva il centro città che, altrimenti, sarebbe un amorfo dormitorio per pensionati.

In fondo quante volte ci siamo lamentati che “Monselice era morta” e che alla sera c’era il deserto?

Il problema più grave che dovrebbe preoccuparci tutti come “adulti” riguarda la fascia di età sotto i diciotto anni, che sono per lo più quelli che sono balzati alla cronaca recente con episodi anche violenti.

Vorrei abbandonare la questione ordine pubblico ed avventurarmi in un’ardita analisi sociologica, necessaria a mio avviso per non ridurre tutto superficialmente ad un problema di multe e denunce.

Tutti noi, anche chi scrive, siamo stati giovani e magari “vivaci” ma in stragrande maggioranza avevamo una famiglia che vigilava con giusta severità sui nostri comportamenti e sui nostri orari di rientro.

E quando non rispettavamo le regole, perché succedeva anche a noi, sapevamo bene che ciò avveniva “a nostro rischio e pericolo”.

Oggi questo sentimento di paura per le conseguenze non esiste più. E la cosa ha un impatto sulla capacità di giudizio di cosa è giusto e cosa è sbagliato davvero notevole su giovani in crescita che non di rado trasformano il nostro “lasciar correre” come un senso di impunità.

Vuoi perché gli stessi genitori non sono più quelli di una volta, vuoi perché anche a scuola lo scappellotto ha lasciato spazio ad ogni tipo di libertà concessa.

Vuoi perché sono proprio gli stessi genitori che tendono a giustificare i figli e a minare quella che era, per noi, la paura dell’autorità.

Poi, però, dobbiamo anche capire cosa hanno passato i ragazzi in questi mesi: abbiamo tolto loro la scuola, che è fonte di regole ed educazione pur nelle difficoltà appena dette, ed abbiamo promosso tutti, intelligenti e somari, perché con la didattica a distanza diventava impossibile selezionare il merito.

E la distinzione tra chi è bravo e chi no è un elemento fondamentale per la crescita di un ragazzo. In fondo, perché fare fatica se poi tutti sono premiati?

Abbiamo tolto loro lo sport, altra grande “scuola di vita”. Abbiamo rinchiuso migliaia di ragazzi in casa, attaccati al cellulare, alla consolle ed a Netfilx, togliendo loro la socialità vera del contatto con gli amici.

In definitiva non è che li abbiamo trattati poi così bene.

Ovvio che questo non giustifica la totale assenza di regole che spesso dimostrano, ma le attenuanti sono tante e gli adulti come noi, sia famiglie, sia istituzioni, si devono interrogare su come risolvere il problema.

La soluzione, nel medio e lungo termine, sarebbe di riuscire a dare delle alternative di svago a questi ragazzi.

Monselice non offre poi molto.

Non ci sono cinema, non ci sono “centri giovanili”. Molti ragazzi nemmeno fanno più sport.  Spesso le squadre giovanili giocano alla domenica mattina e questo imporrebbe ai ragazzi di andare a letto un po’ meno tardi almeno. E sarebbero educati ad un maggior rispetto per sé stessi e gli altri.

Le stesse parrocchie non sono più il luogo che erano ai nostri tempi. Anche perché non tutti i giovani sono cattolici, considerando che viviamo in una società multietnica e multireligiosa.

Per cui le uniche opzioni diventano i locali, dove però è facile trovare alcolici senza che nessuno chieda troppe carte d’identità. Oppure si prende qualche birra per asporto (con la complicità del negoziante) e ci si mette in qualche angolo nascosto di Monselice.

Pertanto chiudere i bar e agire con il pugno duro è comunque una risposta di breve durata perché il problema di fondo rimarrebbe. Ed i ragazzetti non è che spariscano. Si sposterebbero altrove.

Dunque, o diamo delle valide alterative al bar a questi giovani, capendo che le famiglie non sono più le stesse di vent’anni fa, come non lo è il mondo in generale, oppure le baby gang continueranno a proliferare sempre più numerose, perché danno a questi ragazzi il senso di appartenenza che altrove non trovano.

Nel 1997 Toby Blair vinse le elezioni in Inghilterra con lo slogan “Education, Education, Education” che poneva al centro del proprio programma le politiche sociali sui giovani.

Noi ci siamo talmente concentrati su noi stessi che abbiamo dimenticato i nostri ragazzi che nel frattempo rischiano di prendere cattive strade.

Invece le politiche giovanili, in tempi come questi, dove gli stimoli per i ragazzi sono tanti ed i filtri su cosa è giusto e cosa è sbagliato sempre meno, devono essere al centro di ogni agenda e discussione.

Ilie Rizzato
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