I papà degli altri possono morire?

Politica locale

Oggi che è la festa del papà vorrei fare gli auguri al mio papà che festeggia con me perché quando è stato necessario abbiamo occupato un posto letto ed una sala operatoria all’ospedale di Padova.

Un’operazione importante a seguito della quale nessuno padovano è venuto a recriminare perché gli abbiamo rubato il posto.

Ogni anno, in tempi normali, decine di persone della bassa padovana occupano posti letto e sale operatorie fuori dal nostro territorio, trovando le cure necessarie che qui non ci sono o non possono essere erogate nei tempi necessari.

Se oggi, in tempo di guerra, un papà di Camposampiero o Cittadella ha bisogno del nostro posto letto perché il loro ospedale non è adatto a curarlo, anche se è un grande sacrificio, mi sento in tutta franchezza di essere contento che gli sia salvata la vita con la nostra terapia intensiva.

Purtroppo alcuni ospedali sono attrezzati per farlo ed altri no. E non possiamo mischiare malati di un tipo con quelli contagiati. Inoltre serve dividere le strutture, i lavoratori ed il personale. Che sono anche loro essere umani e non semplici strumenti.

La questione è complessa e non può essere risolta con la bacchetta magica o soluzioni che non tengono conto di tutto.

Tra pochi giorni la grande emergenza sarà trovare posti letto per i malati di Corona Virus. Il picco massimo è previsto per il 15 aprile data in cui i nostri ospedali, tutti quelli del Veneto, rischiano di traboccare di malati a rischio soffocamento se mancheranno macchinari ed impianti idonei. Che non tutti gli ospedali hanno.

Questo pericolo è reale. A Bergamo trasportano i cadaveri nei camion dell’esercito. I cimiteri sono pieni e non c’è più posto per i morti. I figli non possono piangere sulle tombe dei padri.

Quella è la loro festa del papà oggi.

Tutti noi vorremmo che il mondo fosse quello di venti giorni fa, vorremmo avere la possibilità di avere tutti i servizi a portata di mano come prima e ci batteremo insieme perché il disagio di questa guerra sia il minore possibile. Affinché siano garantiti i servizi minimi anche quando infurierà la battaglia finale.

Ma non possiamo girare gli occhi di fronte alla realtà che sta facendo morire migliaia di persone e sta distruggendo intere famiglie a pochi chilometri da noi, terrorizzando l’intero pianeta.

Non si tratta di politica, di partiti o di recriminazioni di parte. Si tratta di salvare la vita umana e di prepararsi a farlo quando il nemico busserà alle porte di casa nostra: sia di chi abita a Monselice, sia di chi abita ad Este, Solesino o a Camposampiero.

A cosa serve cantare l’inno nazionale dal bancone se poi non abbiamo solidarietà per il vicino che abita a 20 chilometri? Cosa serve condividere il Leone di San Marco sulla bacheca se poi alcuni grugniscono nel dover salvare la vita ad un conterraneo perché devono fare 10 chilometri in più per qualche settimana per avere una visita medica?

E dove sono coloro che gridavano “Restiamo umani”?

Abbiamo la reale comprensione del pericolo imminente? Del nemico che stiamo affrontando? E che tanto più bravi saremo nel rispettare le regole tanto più rapido sarà il ritorno alla normalità?

Ci sono medici che lottano e finiscono loro stessi in rianimazione… rischiano la vita per salvare vite. E la grande battaglia deve ancora arrivare. Il ringraziamento di alcuni però si limita ad applaudirli sui nostri social… poi rintanati nella loro casa, sempre gli stessi, riversano odio contro soluzioni che salvano vite nella nostra stessa provincia.

Davvero queste persone pensano che chi gestisce l’emergenza si diverta a spostare reparti e malati da una parte all’altra senza avere considerato tutto?

Questa tragedia sta mettendo a nudo il nostro animo, la reale portata del nostro “uniti e ce la faremo”. Uno slogan bello per gli striscioni ma che pare essere tradito dalla cattiveria e dall’opportunismo di pochi.

Io non voglio pensare che tutta Monselice non capisca che siamo in guerra. E che in tempo di guerra la cosa importante è salvare la vita e non trovare occasioni di riscatto politico.

La battaglia più cruenta contro il virus mortale deve ancora cominciare.

Le persone che stanno gestendo questa emergenza, a livello nazionale e regionale, non sono meno autorevoli di qualche medico o dirigente locale in pensione. A loro, ovviamente, va comunque la nostra gratitudine ma se la strada da loro indicata non è percorribile o la gestione complessiva deve essere fatta diversamente perché tanto accanimento contro la salvaguardia della vita in senso più largo rispetto ad un singolo paese?

I papà degli altri hanno meno diritto di vivere dei nostri a cui comunque viene garantita l’assistenza sia contro il virus mortale sia per tutto il resto?

Oggi la priorità è salvare l’Italia, la regione, la provincia, la bassa padovana e Monselice dall’olocausto imminente di un virus letale. Che è lo stesso che sta falcidiando Milano, Bergamo e a Brescia, ad un’ora di auto da noi. Uno sterminio che qui si è per ora evitato perché chi sta gestendo l’emergenza ha ben operato.

Abbiamo avuto fiducia finora e siamo stati ripagati con pochi casi di contagio. Perché dovremmo mancare di avere fiducia nelle stesse persone adesso?

Le foto di quelle bare mi hanno ricordato l’angoscia che provai qualche anno fa nel terrore di dover piangere il mio papà. E mi rattristo pensando a chi lo ha perso in questi giorni, nel moderno anno 2020, magari perché non è riuscito a trovare cure adeguate in terapia intensiva.

Spero che nessuno voglia vedere questa sequenza drammatica di morte, sofferenza e dolore a casa nostra, a Monselice. Facciamo insieme appello alla nostra coscienza per trovare la forza di superare la battaglia finale che incombe.

Tanti auguri a tutti i papà, i nostri papà, che sono le persone più esposte in questo momento e che tra breve potrebbero avere bisogno di cure proprio qui vicino a noi.

Ilie Rizzato
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